Ogni dicembre il calendario arrivava in edicola come se fosse spuntato dal nulla. In realtà dietro c’erano mesi di lavoro e un calendario di produzione preciso quasi quanto quello stampato. Ecco come funzionava, in grandi linee, negli anni in cui il formato vendeva.
Primavera: la scelta
La protagonista si sceglieva presto, spesso già a marzo o aprile, guardando la stagione televisiva appena conclusa. L’editore cercava un volto in crescita, non all’apice: chi è al massimo a primavera rischia di essere già dimenticato a dicembre.
Estate: lo shooting
- La location. Spiagge, ville, isole: il set si sceglieva in base al tema. Molti calendari venivano scattati all’estero, dove la luce di giugno era garantita.
- Il fotografo. Il suo nome contava quasi quanto quello della protagonista, e spesso compariva in copertina.
- Gli scatti. Ne servivano tredici, dodici mesi più la copertina, ma se ne facevano centinaia. Le immagini scartate finivano a volte nei backstage pubblicati dalle riviste.
Autunno: la scelta delle foto e il ritocco
La selezione delle immagini era una trattativa: la protagonista e il suo agente avevano spesso diritto di veto. Poi arrivava il ritocco, che negli anni Duemila diventò sempre più pesante e oggi rende alcuni di quei calendari riconoscibili a colpo d’occhio.
Novembre: l’anteprima
Il lancio era un piccolo evento mediatico: conferenza stampa, anteprima in un programma televisivo, intervista esclusiva. Qualche polemica, vera o costruita, aiutava sempre.
Dicembre: l’edicola
Il calendario usciva da solo o allegato a una rivista. Le vendite si concentravano in tre o quattro settimane, tra regali di Natale e acquisti d’impulso. A gennaio i resi tornavano all’editore.
È un ciclo che spiega anche perché il formato sia entrato in crisi: tanto lavoro per un prodotto che vive un mese. Ne parliamo meglio nella storia del calendario in Italia.
